
Quando anche la cura diventa una prestazione
Viviamo in un tempo in cui anche la cura rischia di diventare una performance.
Fare la cosa giusta.
Dire la frase giusta.
Usare il tono giusto.
Comprare il gioco educativo giusto.
Leggere il libro giusto.
Seguire il metodo giusto.
E possibilmente farlo con una calma zen irreale mentre qualcuno urla, piange o lancia un cracker sul pavimento per ragioni filosofiche incomprensibili. 😌
La cura non è un esame
Ma la cura non funziona come un esame da superare.
Non è una sequenza perfetta di comportamenti impeccabili.
Non è una checklist emotiva da compilare bene per meritarsi il titolo di "adulto adeguato".
La cura è prima di tutto un ambiente.
Un clima.
Una qualità relazionale che si costruisce nel tempo e che il corpo, ancora prima della mente, impara a riconoscere.
Crescere dentro una continuità
Perché un bambino non cresce grazie a singoli momenti perfetti.
Cresce dentro una continuità.
Dentro la sensazione ripetuta che qualcuno c'è.
Che il mondo ha una forma abbastanza stabile.
Che le emozioni possono essere attraversate senza che tutto crolli.
E questo vale anche per gli adulti, anche se spesso fingiamo il contrario con grande dignità e calendari pieni.
Uno spazio in cui sentirsi al sicuro
La verità è che nessuno si sente davvero al sicuro perché ogni problema viene risolto immediatamente.
Ci sentiamo al sicuro quando percepiamo affidabilità.
Quando sappiamo che c'è uno spazio emotivo in cui possiamo esistere senza doverci giustificare continuamente.
Non fare tutto, ma garantire qualcosa
La cura come spazio significa proprio questo:
non fare tutto, ma garantire qualcosa.
Garantire presenza.
Continuità.
Riconoscimento.
Un certo grado di stabilità emotiva.
Significa essere una base, non un intrattenitore emotivo disponibile h24.
Quando la cura diventa troppo piena
Perché la cura non coincide con l'iper-disponibilità.
Anzi, a volte l'ansia di fare sempre di più produce relazioni affollate ma poco abitabili.
Adulti che anticipano ogni bisogno.
Che riempiono ogni vuoto.
Che intervengono subito su ogni frustrazione.
E intanto nessuno respira più.
La cura che tiene
La cura vera non invade.
Tiene.
Tiene il tempo.
Tiene la presenza.
Tiene il legame anche quando non tutto può essere aggiustato immediatamente.
Un bambino cresce meglio in uno spazio emotivo sufficientemente stabile che dentro mille interventi perfetti ma incoerenti.
E anche gli adulti, se proprio vogliamo dircelo, funzionano esattamente così.
La continuità dell'esperienza
Perché ciò che cura davvero raramente è l'eccezionalità del gesto.
Più spesso è la continuità dell'esperienza.
Quel sentirsi accolti senza dover performare.
Quel poter abbassare le difese.
Quel sapere che qualcuno non sparirà appena diventiamo complicati, tristi, stanchi o arrabbiati.
Uno spazio in cui poter esistere
La cura non è fare tutto bene.
È creare uno spazio in cui l'altro possa esistere senza sentirsi "troppo".
E forse uno degli atti più maturi che possiamo imparare è proprio questo:
smettere di chiederci continuamente se stiamo facendo abbastanza.
E iniziare a domandarci se, accanto a noi, l'altro riesce a respirare.
